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giovedì 13 dicembre 2018

Short stories :Titti - una come tante - by ©Raffreefly



Fiaba contemporanea 

Titti - una come tante 

1PARTE

Una vita passata a lavorare come operaia in una nota ditta italiana, una delle tante che oramai di italiano ha soltanto il nome. Titti si sentiva stanca di essere presa in giro dall'azienda, si sentiva frustrata e tremendamente sola. Quarantacinque anni e quarantacinque chili, mani rovinate dal duro lavoro, schiena a pezzi, un figlio disabile da mantenere, un marito sparito nel nulla e quel mattino, l'ennesima bastonata: fuori. Con parole fredde e programmate un distinto signore venuto apposta in azienda dalla sede madre, con un italiano appena comprensibile le aveva detto:" Mi dispiace molto, ma in esubero. Sono dispiaciuto ma vedrà che si apriranno nuove possibilità per lei. Grazie per essere stata con noi tutto questo tempo." Fuori. 
Uscì dall'ufficio del capo con le mani sudate e fredde, le ficco ' in tasca e con gli occhi bassi torno' frastornata a fare il suo lavoro. Confusa, basita, ferita. Svuotata. Non proferi' parola e aspettò la fine del suo turno. La testa le scoppiava mentre passò per la via del mercato; colori, profumi, persone ignare della sua sofferenza la salutavano. Il freddo pungente la faceva tremare mentre girò a destra imboccando  il vicolo per dirigersi a casa. Il piccolo alloggio era situato all'ultimo piano di una palazzina degli anni cinquanta; le fredde scale buie e ripide parevano insormontabili massi quel pomeriggio. Girò la chiave nella toppa ed entro' avvertendo il profumo del piccolo giacinto che il figliolo le aveva portato qualche giorno prima per il suo compleanno. Il piccolo Ettore, 7anni e mezzo, sofferente dalla nascita di una rara forma di autismo, stava seduto a terra, nell'angolo tra il suo letto e il mobile, tra pastelli di cera e fogli sparsi. A salutarla fu la mamma di Titti, che viveva con loro e che fortunatamente badava al piccolo quando lei lavorava. 

2PARTE

"Ciao mamma, com'è andata oggi?" Chiese Titti mentre si abbassò a fare una carezza sulla fresca guancia del piccolo, sorridendo. "Abbastanza bene direi, tu piuttosto, hai l'aria particolarmente stanca oggi. Problemi al lavoro?" Rispose la madre asciugandosi le mani sul grembiule. "Ho preparato una piccola torta, quella al cioccolato che a Ettore piace tanto, ne vuoi una fetta? Ti farà bene, sei così magra gioia mia. E poi il cioccolato mette sempre di buon umore." E senza aspettare la risposta si precipitò in cucina, continuando a parlare di cose incomprensibili per Titti che non la stava ad ascoltare. La signora Maria, questo era il nome della madre, era una donna che  aveva la grande dote di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Vedova da quasi dieci anni, si era trasferita dalla figlia alla nascita di Ettore, pochi giorni dopo che il marito di Titti se ne andasse via, incapace di assumersi le responsabilità di padre e di marito. In quell'occasione, abbracciando forte la figlia in preda al panico le disse: "meglio così, lui non ti merita. Baderemo insieme al piccolo, faremo noi, insieme, le veci del padre. Ho cresciuto una figlia fantastica come te, vuoi che insieme non riusciamo a crescere uno splendore di bimbo come Ettore? Non piangere gioia mia, devi nutrire il tuo cucciolo con la serenità e l'amore e io sarò sempre al tuo fianco. Sempre stellina. Sempre. " 
Titti cercò di farsi forza e prese il coraggio a quattro mani e disse, tutto d'un fiato :" Mamma, mi hanno lasciato a casa dal lavoro."


3PARTE

Persa, si sentiva così Titti. Sua madre questa volta non era riuscita ad infonderle coraggio e neppure ottimismo. Pensò seriamente al suicidio e scappò via da quella triste realtà che la stava opprimendo. Corse tra la nebbia urlando al vento; corse fin lassù, dove la montagna finiva e guardo' giù. Molti metri sotto di lei le gelide acque del torrente, impetuose in quella stagione, l'affascinavano. Sarebbe bastato poco, pochissimo. Un passo falso e via, verso il nulla. Un tuffo nell'immenso vuoto e tutto sarebbe finito. Rimase in questa posizione per qualche minuto, poi, come se qualcuno l'afferrasse, si spostò indietro con un balzo. "No!" disse ad alta voce. "Nooo!" urlò quasi spaventata. "No! Non posso farlo, non posso!" disse tra le lacrime. Tornò a casa distrutta, ma certa che avrebbe cercato di ricominciare nuovamente, per l'ennesima volta, non per lei, ma per Ettore, solo per lui.


4PARTE 

La piccola bottega artigiana aveva qualcosa di diverso rispetto ad altre botteghe, aveva una sorta di magia; tutto al suo interno sorprendeva; gli oggetti, finemente decorati a mano con perizia e precisione , erano assai particolari. Il titolare, un anziano scultore, da qualche anno si era totalmente fidato del gusto, della creatività e dell'anima buona e volenterosa di Titti, lasciando a lei la totale gestione del negozietto. Un giorno lo scultore disse: "mia cara Titti questa bottega ha preso vita grazie a te. Sei giovane, bella e hai Inventiva. Nulla ti spaventa, sei sempre disponibile con le esigenze del cliente. Quando io non ci sarò più, voglio lasciarla a te. Sono un vecchio solo e malandato, trascinavo questo luogo con cocciutaggine, senza peraltro guadagnare una lira. Ora invece, grazie a te è rifiorita. Te lo meriti. "
Ettore ormai era prossimo alla maggiore età ed era diventato un ragazzone alto e biondo come il padre con occhi di un caldo nocciola, come la mamma. Grazie alla costanza di Titti e Maria e del suo insegnante, stava imparando a gestire nel miglior modo possibile le sue problematiche. Avevano cambiato residenza spostandosi di una cinquantina di chilometri, per permettere ad Ettore di usufruire dei preziosi servizi della scuola. L'insegnante si prese cura di lui come fosse suo figlio e, innamoratosi di Titti, la sposò. 
La vista del lago al tramonto in quella calda stagione, era sempre uno spettacolo della natura che nessuno di loro voleva rinunciare. Titti chiuse la bottega, sali' sulla bicicletta e pedalò fino a casa in fretta dove ad attenderla in terrazza, c'era Ettore, già seduto a tavola con lo sguardo pieno del giallo rosato che lentamente si adagiava sull'acqua immobile. Suo marito in piedi, accanto a lui stava fischiettando allegramente una canzone sorseggiando uno squisito bianco locale, mentre Maria apparecchiava. Titti assaporo' quell'attimo di felicità, di normalità, di quotidianità straordinariamente semplice e con un sorriso sincero li abbracciò uno per uno, serena e grata. 



Immagine in Digital Art by ©Raffreefly 

mercoledì 12 dicembre 2018

lunedì 10 dicembre 2018

Short stories : Giulia by ©Raffreefly


Tradimento - passione 




 
                     Immagine in Digital Art by ©Raffreefly

giovedì 29 marzo 2018

Short stories: Disinnamoramento by ©Raffreefly


Non amarsi 


La cosa più brutta che ad una persona possa capitare, è il disinnamoramento di sé.
Non amarsi più, significa lasciarsi andare, fisicamente e mentalmente.
Non amarsi più, significa fregarsene di se stessi e di conseguenza, anche degli altri. Significa farsi male ogni giorno attraverso la quotidianità; un  esempio pratico, se si sa che un determinato cibo ti nuoce, lo mangi ugualmente. Se si sa che per rimanere in forma devi camminare almeno un ora a passo svelto, non lo fai. Se sai che staresti bene vestita in un determinato modo, opti per tuta e scarpe da ginnastica, fregandotene ampiamente dei giudizi altrui. Se da un lato rivendichi il diritto sacrosanto di libertà, dall'altro lato, sei schiava di quel sentimento neutro, freddo e menefreghista che non ti appartiene. Un circolo vizioso da cui è difficile uscirne. Non ti ami più e aspetti che passi questo momento, temendo, che non passi mai. E vivacchi, non vivi. Ti lasci andare alla corrente che speri, ti porti lontano, magari in un luogo dove troverai ancora stimoli e la voglia di ricominciare.

Artedigitale by ©Raffreefly

mercoledì 21 febbraio 2018

Un giorno speciale - short stories by ©Raffreefly


Nonni e nipoti 

Sabato era un giorno speciale, niente scuola!
La bimba si svegliò come sempre alla medesima ora, scese le scale di pietra ed entrò in cucina. Sua nonna le stava preparando la colazione e aleggiava nell’aria un profumo intenso di caffè.
La nonna era una donna molto dinamica, poco incline  alle manifestazioni d’affetto. Un buongiorno e un bacio schietto sui capelli mentre  versò il latte nella tazza, un cucchiaio di “Ovomaltina” e qualche biscotto in una ciotola
 e poi, via a sistemare l’orto e a dare cibo a conigli e galline.
Quei gesti significavano molto per la piccola.
La sua fame d’affetto era così intensa che diventò, man mano, sempre più sensibile, tanto da emozionarsi per ogni piccola, quasi insignificante cosa, le accadesse.
Ma ecco il suo momento speciale, unico.
Come sempre accadeva, entrò in cucina suo nonno. Un largo sorriso, un’occhiata birichina e in un lampo lui le era accanto. Immancabile la camicia scozzese, il suo odore sapeva di buono. Capelli radi e grigi, occhi profondi, sinceri, scherzosi, puri.  Intono' un canto mentre la bimbetta continuava  a fare colazione.


La sua voce melodiosa e squillante fece breccia nella piccola che, terminato il pasto, appoggiò le mani in grembo e iniziò a cantare.
Con lui, un duetto d’amore immenso. Insieme all'unisono intonarono canti di montagna e qualsiasi altra melodia potesse  venire loro in mente.

Un attimo di pace tutto loro.
Un buongiorno speciale che infondeva sicurezza, gioia, amore.
 Quel giorno, sarebbe stato  un giorno buono, fino a sera.

Fotopittura by ©Raffreefly

martedì 30 gennaio 2018

Una storia come tante by ©Raffreefly - short stories



                     Violenza psicologia su minore 


Aveva solo quattro anni, quando capì che la vita sarebbe stata complicata.
Quella sera di giugno, l’ennesima lite tra i suoi genitori, la portò a nascondersi, spaventata, tra il lavandino di pietra della cucina e il frigorifero. Accucciata, infinitamente piccola, quasi volesse rendersi invisibile.
I suoi occhi erano così fondi che parean più scuri; fissavano un punto lontano, sperando che la porta della cucina si aprisse.
La lite degenerò e il frigorifero ricevette un pugno, muovendosi.
Lei, rimase ferma, quasi senza respirare, si portò le mani sulle orecchie.
Ripensò ai suoi cani; loro sarebbero stati in grado di aiutarla e farla uscire da quella nicchia di fortuna.
L’aria era quasi irrespirabile, densa di parole fredde, villane, dolorose.
Se si fosse messa a piangere forse si sarebbero accorti di lei; se si fosse messa a urlare … se … Il coraggio però le mancava, non riusciva a muoversi da quella scomoda posizione.
Non una lacrima … non un urlo. Solo paura.

Poi, all’improvviso, finalmente qualcuno girò la maniglia della porta. Le due persone smisero un attimo di urlare, guardando quella figura che, con passo deciso entrò e chiamando per nome la piccola, la prese in braccio e la portò via.
Fuori, dove le stelle disegnavano il cielo illuminandolo, mano nella mano con il suo salvatore, riuscì a respirare.
I suoi cani, alti quanto lei, le trotterellavano a fianco, proteggendola, ancora una volta.



venerdì 19 gennaio 2018

Tutto in un weekend -short stories - erotico by ©Raffreefly



Erotico 


La giacca di cachemire sul letto, poco più in là la valigia aperta.  Susy era appena tornata da un lungo e snervante viaggio. Il suo capo l’aveva costretta ad andare a Sidney per verificare di persona come si comportavano gli impiegati della nuova ditta, appena acquistata ed inserita nella multinazionale. Ora a casa, Susy alle tre del mattino, non desiderava altro che una calda e rilassante doccia. E’ sabato ormai, sarà dunque un weekend tranquillo e rilassante, per rimettersi in sesto, ed iniziare nuovamente lunedì con una dettagliata relazione: 8.30 riunione dei mega boss, l’appuntamento  sul frigorifero era perentorio, non avrebbe potuto dimenticarlo!. Dopo una tazza di tè caldo, avvolta nella sua coperta preferita, s’infilò a letto, nuda come d’abitudine. Non riusciva a prendere sonno, troppo stanca pensò o forse era solo colpa del fuso orario. Alle 6 ormai stava albeggiando e lei era ancora con gli occhi aperti e ben sveglia. Decise di alzarsi, si accese una “Muratti” e guardò il cielo. Era un freddo febbraio, la brina si era depositata sul prato di fronte. Qualche auto stava transitando stancamente; forse coppie che rientravano dopo una serata trascorsa all’insegna del divertimento. Forse anime che, pazientemente andavano al lavoro. Oppure, qualcuno in cerca di compagnia. Le montagne spaccavano il blu cupo con le loro bianche cime e un’energia nuova le martellava in testa. Susy era una donna sulla quarantina portati meravigliosamente. I suo fisico era asciutto, aveva capelli e occhi scuri, caldi e penetranti. Da sempre aveva un buon rapporto con il suo corpo; si piaceva anche se non era formosa, era sicuramente ben proporzionata e spesso si accarezzava quasi a suggellare quest’unione perfetta tra la sua mente e la sua pelle. Anche ora, seduta sul divano si accarezzò piano; forse per alleviare la tensione o forse semplicemente perché la sua femminilità era così forte che desiderava essere toccata e baciata e posseduta. Le dita affusolate entrarono in lei e la voglia di sesso salì, con un calore tale che riuscì a godere come mai prima.

           Questo però non l’acquietò, anzi si sentiva come una cagna in calore; una femmina avida e vogliosa. Si vestì con cura; autoreggenti a rete con bordo in pizzo nero, stivali con platò e  tacco da 15 cm rigorosamente neri, attillati fino a metà coscia. Il vestito di raso nero aveva una profonda scollatura sulla schiena nuda. S’infilò il cappotto e uscì. A circa una decina di km dalla sua abitazione, si trovava un locale aperto 24 ore su 24. Era un luogo molto particolare, si potevano incontrare uomini o donne, soli, coppie etero e non. La voglia di Susy era tangibile; entrando nel locale si voltarono in molti a guardarla. Di diresse al bar e ordinò un gin lemon. Si sedette e aspettò. Dopo poco tempo, si avvicinò  una coppia. Lui molto alto e distinto, l’amica giovane e carina con labbra carnose ed un sorriso accattivante. Scambiarono qualche parola, giusto per capire le affinità, poi si diressero verso il privè. La stanza era semibuia, un letto rotondo al centro, con svariati cuscini color amaranto; sulla destra un frigobar con ogni bevanda possibile, un tavolino quadrato, una poltroncina. Sulla sinistra scendendo un paio di scalini, una piccola jacuzzi. Susy si sfilò con un gesto l’abito e si sedette a gambe divaricate sul letto, con le mani appoggiate alle sue ginocchia. Sorrise la giovane ragazza, spogliatasi anch’essa, si mise in ginocchio di fronte a lei, insinuando la lingua tra le labbra rosee. Ne uscì un gemito di piacere, le mani di Susy presero a toccare il collo di lei, i capelli, spingendo la testa tra le sue gambe.

 La ragazza eccitata iniziò ad accarezzarsi.
Penetrò entrambi, l’uomo distinto, badando a mantenere sempre attiva la voglia delle due donne, che ancora si baciavano e gemevano come femmine in calore, voluttuose, insaziabili. Lento il tempo passò, lento come una danza di corpi eccitati e consapevoli del piacere che donavano e che provavano. Uscirono dal locale insieme per andare a fare colazione, qualche risata e ancora tanta malizia negli occhi. A casa di Susy poi, il gioco continuò ma questa volta solo per le ragazze.  L’uomo rimase ad osservarle, estasiato, le contemplava. Fu amore, passione, sentimento, sesso, giochi erotici, desiderio e appagamento; totale, completo, nuovo. Sublime il weekend passò. Stremata ormai Susy chiuse la porta. Probabilmente non li avrebbe più rivisti. Una “Muratti”  e l’indomani sarebbe tornata ad essere ciò che era: la splendida, impeccabile signora Brown.


©Raffreefly




martedì 16 gennaio 2018

Più forte di prima - short stories



Consapevolezza 

Non capisco" . disse Mary ad alta voce, parlando da sola, di fronte al pc. La e-mail ricevuta era evasiva e per nulla amichevole, anche se a scriverla, era una persona a lei molto cara.
La rilesse con calma; notò che il mandante aveva voluto di proposito essere superficiale, non rispondendo alle sue domande dirette. Mary si sentì profondamente delusa; conosceva a fondo quell'uomo, o almeno così pensava. Pochi giorni dopo arrivò un'altra e.-mail dalla stessa persona dicendo che, seppur ringraziandola immensamente per il lavoro svolto, aveva preso la decisione di non avvalersi più della sua collaborazione. Il ben servito, insomma! Non rispose Mary; capì che alcune persone non badano al rapporto umano; poco importa se sei valida e con un cuore che pulsa per il lavoro che svolgi. Decise di voltare pagina, facendosi forza come sempre. Una delusione poteva essere qualcosa di positivo per spronarla ancora a donare il meglio di sè. Mary cancellò tutti i messaggi inerenti a quel lavoro. Spense il pc e passando di fronte allo specchio si fermò, si scrutò e disse, appoggiando il palmo della mano su di esso, quasi bisognosa di carezze: "Andrò avanti, come sempre ho fatto, a testa alta e con umiltà e rispetto andrò avanti, con il cuore spezzato che si cicatrizzerà. Non sarà certo una stupida delusione lavorativa a fermarmi! Domani si ricomincia piccola,  più forte e attenta di prima. Il tuo lavoro è la tua vita... mettersi in gioco ancora, nonostante tutto e tutti." Prese la borsa e uscì a respirare la primavera imminente che già faceva capolino, tra i tiepidi raggi di marzo.


©Raffreefly


lunedì 15 gennaio 2018

Primo ottobre - short stories by ©Raffreefly


                   Adolescenti 


I suoi occhi si posarono su un vestito color ciclamino, fresco, giovane. Era in vetrina, in coordinato ad una borsa di una tonalità appena più scura e di una giacchina corta a fantasia, che riprendeva i colori dell’abito. Aderente ma non troppo, splendido nella sua semplicità. Adatto ad un’occasione speciale.
La ragazza doveva acquistare qualcosa di nuovo per il secondo matrimonio di suo padre ed era titubante.
Sua nonna, le tolse ogni indecisione. Le fece provare una gonna con blusa in color cammello, triste e dalle forme vagamente antiche. Non certo adatto ad una ragazzina di appena 16 anni.
Vani furono i tentativi della giovane di indirizzare sua nonna all’acquisto del semplice abito in spesso cotone.
Uscirono dal negozio con il completo cammello senza dire una parola.
Il primo ottobre la giovane nel suo completo forzato, si presentò a fianco di suo padre, presso il comune della sua città.
La sposa sembrava la “fata” cattiva di azzurro vestita. Lo sposo, poco più che trentenne, era come sempre impeccabile. Nel suo completo blu fatto su misura. La camicia fresca di stiro e le iniziali del suo nome in bella vista. I gemelli d’oro ai polsini della camicia ed il ferma cravatta, brillavano.
La giovane, pareva vecchia.
In disparte, appoggiata ad una colonna della sala, osservava i sorrisi che roteavano intorno a lei, senza nemmeno sfiorarla. Sola. Si sentiva sola.
Fuori luogo, invisibile.
Qualcuno le strinse la mano, qualcuno la baciò congratulandosi.
Lei, immobile e ben oltre a tutto ciò, ringraziava con garbo.
La cerimonia finì; il pranzo estenuante, le fotografie di gruppo finirono.
Tornò a casa e muta, buttò nella spazzatura il completo color cammello, indossò jeans e maglietta, s’infilò le sue “Superga” preferite, prese il giubbotto e accese il motorino.

          Girò la manopola dell’acceleratore verso la libertà, quasi per disintossicarsi da quel giorno eterno che non passava più.
Fuggire lontano … fuggire.
Solo questo avrebbe voluto fare.

©Raffreefly